martedì 24 marzo 2026

Dai che non è finita

Per una volta non voglio entrare in tecnicismi (oltremodo lontani dalla mia conoscenza) e scrivere di un disco solo ed esclusivamente perché è un bel disco. 

Satantango, uscito nel novembre venticinque grazie al duo cremonese formato da Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi, è un disco che profuma di ristagno. Quello stesso ristagno da cui tutti noi, nati e cresciuti in questa landa chiamata Pianura Padana, vogliamo fuggire ma nel quale allo stesso tempo ci siamo invischiati così tanto da tenercelo stretto.

Già la copertina del disco è una dichiarazione d’identità. Un’identità che sta stretta, ma che allo stesso tempo è forma e sostanza. Tra cascinali, una centrale idroelettrica e una provinciale (la numero 6), si vede — anzi, si sente — il calore dell’asfalto che d’estate crea quell’alone che noi lomellini chiamiamo “vegia”, mentre d’inverno la nebbia stringe l’orizzonte come una garrota. 

Sono le immagini della provincia dimenticata da tutti a dominare questo disco evocativo e sognante, che è anche un viaggio attraverso luoghi, persone ed eventi che hanno cambiato il mondo (9.11).


Cari Valentina e Gianmarco, grazie perché il disco mi ha fatto emozionare e grazie per quella nostalgia "sana". Perdonatemi se non mi addentro nel profondo per cercare di interpretare significati e testi, e scusatemi se la vostra intenzione era un’altra, ma a me basta quella lacrima.

venerdì 13 marzo 2026

Microchip Emozionale: perché il disco dei Subsonica ha segnato il 1999 e una generazione


Sarà perché vivo sempre di ricordi, ma oggi ho in loop Microchip Emozionale, secondo disco dei Subsonica. 

Era l’estate del 1999 e il profumo del nuovo millennio era sempre più vivo. Nell’aria c’era la sensazione che fosse il momento di aprire nuovi orizzonti fatti di tecnologie, innovazioni, speranze – poi disattese – e allo stesso tempo l’amaro in bocca per un decennio glorioso e un po’ edonista che se ne andava in pensione. 

Mentre i “nostri” eroi albionici stavano cambiando pelle e gli americani volto, guardavamo all’Italia con occhi nuovi. Tra le tante cose che le patrie galere ci fornivano, il suono profondo e deciso dei Subsonica rappresentava alla perfezione quella sensazione di essere in bilico tra speranze e paure. Linguaggio del corpo e cibernetica per raccontare un mondo in trasformazione che desiderava far sentire la propria voce.

L’urgenza di raccontare i sentimenti nasceva dall’underground, dove la band torinese aveva mosso i primi passi. Un tessuto fatto di locali alternativi, dove l’essenza era la libertà di espressione e d’identità: magari un po’ disorientata, ma sicuramente proiettata verso il cambiamento. Ne è l’esempio lampante Discolabirinto: una discoteca asettica e anarchica, senza luci né colori, dove ognuno è libero di fare ciò che vuole senza dover rendere conto a nessuno.

Sognavamo un futuro migliore, pur sapendo di vivere in un mondo imperfetto. Microchip Emozionale ci stava dicendo che per sopravvivere era necessario distinguerci, amarci e avere voglia di divertirci. Come se ci invitasse a metterci sempre in gioco, scrollarci di dosso le paure e soprattutto accogliere i mutamenti irreversibili.

Il disco segna anche un passaggio importante per i Subsonica: il loro suono diventa più definito, ricco di un lessico musicale identitario che si incastra in una dimensione emotiva forte e personale. I loro live si trasformano in messe pagane, dove insegnavano la speranza nonostante tutto sembrasse sbagliato e difficile da cambiare.

E voi, che ricordi avete legato a Microchip Emozionale o a quell’estate sospesa tra due millenni? Raccontatemelo nei commenti: certe storie meritano di essere riascoltate.

martedì 3 marzo 2026

Perché Jagged Little Pill di Alanis Morissette è un album simbolo degli anni ’90

Tra le centinaia di migliaia di volte in cui ho sentito parlare del “the next big thing”, una di quelle che ricordo con più piacere è Jagged Little Pill.
 

È giugno del 1995, il mese in mezzo all’anno che sta esattamente in mezzo al decennio. 

Il mio decennio. 

Alanis Morissette è giovane, bella, incazzata e libera. 

L’album è una vera e propria bomba – scusate il paragone purtroppo attuale – pronta a creare una voragine che nessuno, nemmeno lei, colmerà più. Intriso di testi emotivi e sensibili, esprime sentimenti e pensieri che di solito, a vent’anni, si tengono nascosti. Grazie all’aiuto di Glenn Ballard, Alanis scava davvero una fossa profondissima nel resto del panorama musicale mondiale.

Amori sbagliati, tormentati e spesso finiti nel cesso, quasi sempre a causa dell’assenza o della superficialità con cui si affronta un rapporto, indipendentemente dall’età anagrafica. Il secondo singolo You Oughta Know, oltre a essere una canzone, è la fotografia di una scena. Siamo all’interno di un appartamento semibuio: ci sono un ragazzo e una ragazza. Lui guarda il pavimento perché non ha il coraggio di guardarla negli occhi mentre lei lo incalza con: “Non è giusto che tu mi neghi la croce che porto, che tu mi hai dato”. Si parla di un rapporto finito, di vergogna, di rabbia, di consapevolezza, di infantilità.

È Ironic il singolo di maggior successo, quello più broadcastato dalle radio di tutto il mondo. Il suo testo, tutt’altro che ironico, è un sarcastico racconto sull’ironia della sorte e forse sulle sorprese che ci riserva la vita. Il video, altrettanto inflazionato da Videomusic e MTV, è ancora oggi uno dei più belli di sempre: lei con la sua cuffia rossa mentre guida una vecchia auto, e sullo sfondo una distesa di neve bianca.

Fioccano i premi, la fama, la gloria. Alanis è The Next Big Thing e non ha ancora vent’anni. Seguono il tour, le interviste, i programmi televisivi; ancora il tour, ancora le interviste, ancora i programmi televisivi. Lei crolla – cos’altro avrebbe potuto fare – ma non cade, perché sorretta da un pilastro che racconta la sua storia, ma anche la mia e quella di tanti altri della mia generazione.

Cara Alanis, so che non leggerai mai questo post ma te lo dico lo stesso: grazie. Perché tra i tanti album che mi hanno “cambiato la vita”, Jagged Little Pill è quello che l’ha puntellata, l’ha sorretta e mi ha dato la forza di fare quel salto: l’ho ascoltato che ero bambino e quando è finito ero uomo.

Qual è stato il tuo Jagged Little Pill? Quello che ti ha scosso, rimesso in piedi e fatto diventare chi sei? Scrivilo qui sotto: la musica è ancora più potente quando diventa memoria collettiva.

lunedì 23 febbraio 2026

Slowdive – Come Souvlaki ha cambiato lo shoegaze negli anni ’90

Quando gli Slowdive si apprestano a iniziare i lavori del loro secondo album, Souvlaki, sanno già di trovarsi davanti alla prova più importante della loro breve carriera. 

L’eco di Just for a Day non si è ancora assopita, ma il traino dello shoegaze non è più quello del 1991. Serve una svolta, una decisione drastica: continuare a suonare senza tradire le aspettative dei pochi devoti rimasti oppure spostare il tiro verso un pubblico più pop, cercando però di non stravolgere gli schemi. 

L’impresa inizia nel 1992 e il percorso si rivela subito complicato. Tra una demo e l’altra arriva la prima mazzata: Alan McGee, padre e padrone della Creation Records, bolla il materiale come “merda”. La consegna è chiara: Souvlaki deve essere un disco facile, radiofonico e lineare. A questo si aggiunge il rapporto ormai compromesso tra Rachel Goswell e Neil Halstead. Neil, incapace di gestire lo stress della separazione, abbandona spesso i lavori per rifugiarsi nel suo cottage in Galles.

Bisogna ripartire da zero, ma non è semplice. La band è a un passo dalla separazione, ma decide di tentare il tutto per tutto: telefonare a Brian Eno per proporgli la produzione. Il mostro sacro risponde con entusiasmo, più da fan che da produttore, e comunica di voler suonare con loro. Intanto, dal suo esilio gallese, Neil scrive Dagger e 40 Days, due brani mastodontici destinati a diventare capisaldi dell’album.

Souvlaki esce il 17 maggio 1993 e mostra fin da subito una struttura più accessibile rispetto al precedente. Le canzoni assumono forme più riconoscibili, pur restando difficili da afferrare del tutto. Allison è un perfetto esempio di anti-pop di rara bellezza e, forse inconsciamente, apre la stagione del britpop. Il susseguirsi dei brani è omogeneo, ma sembra che la band suoni su più livelli, costruendo il più audace dei deliri onirici.

La risposta del pubblico non tarda. L’album è odiato dai talebani dello shoegaze, che bollano la band come traditrice. Dall’altra parte è acclamato dai nuovi fan, più inclini alla sua vocazione pop. La verità, come sempre, sta nel mezzo: Souvlaki riscrive un genere già avviato verso il tramonto, senza tradire niente e nessuno. L’etichetta “pop” gli sta stretta: abbraccia ritmi più soft e melodie più commerciali solo per allargare gli orizzonti e dare un futuro alla propria identità sonora.

Se Souvlaki ha segnato anche un tuo passaggio, raccontamelo nei commenti. Le storie dietro ai dischi valgono quanto i dischi stessi.

lunedì 16 febbraio 2026

Riascoltando Kasabian (2004): un esordio tra ombre, hype e melodie lisergiche

Ammetto di essere sempre un po’ titubante quando si presenta la “next big thing” di turno. E lo ero anche al primo ascolto di Kasabian, album d’esordio dell’omonima band di Leicester. 

Mi sono dovuto ricredere.

Siamo nel 2004 – non nel 1800 – e MTV e le radio stanno passando il testimone al web. In quel clima, il disco riceve un hype considerevole. Tutto sembra confezionato ad hoc: il marketing punta sull’ambiguo nome della band – Kasabian è infatti il cognome di Linda, membro della Famiglia di Charles Manson – e sull’immagine di copertina. I singoli, soprattutto Club Foot e L.S.F., vengono piazzati strategicamente per alimentare l’attesa.

Poi arriva settembre e l’album esce. A quel punto alcuni dubbi – molti, nel mio caso – iniziano a sbiadire. Kasabian è un gran bel disco, a patto di non aspettarsi l’originalità. Perché la “next big thing” non si nasconde: si lascia ammaliare dalla Madchester degli Stone Roses, soprattutto nel cantato, e dagli Happy Mondays nel ritmo. C’è anche una sottile vena indie-pop che richiama i Primal Scream dei primi anni ’90, e sarebbe inutile fingere che non sia così.

Allora qual è il segreto di questo disco? Perché mi colpisce ancora oggi?

Perché Pizzorno e soci riescono a mettere insieme tutti questi elementi e a trasformarli in melodie sfavillanti che ci prendono per mano e ci accompagnano in un viaggio dentro un ambiente ombroso. Il disco ha un effetto quasi lisergico, ma resta sempre equilibrato, anche grazie alla regia di Jim Abbiss. La scelta dei singoli – praticamente metà scaletta – sembra voler scrollare di dosso l’ombra ingombrante dei nomi citati prima, pur continuando a strizzargli l’occhio.

Insomma: a più di vent’anni dalla sua uscita, Kasabian resta un ottimo disco da “mettere su” quando se ne ha voglia o quando se ne sente la necessità. Il risultato è ancora garantito.

Se anche tu hai incrociato Kasabian in quegli anni, fammi sapere cosa ti aveva colpito al primo ascolto. Mi interessa sempre capire come certi dischi si infilano nelle storie personali di ognuno.

giovedì 12 febbraio 2026

Shaking Hand: la band che smonta Manchester e la rimonta a modo suo

Da qualche parte, a Manchester, c’è qualcuno che demolisce un vecchio palazzo per far spazio a un nuovissimo grattacelo con la sua bella facciata vetrata. Lì, ogni volta che il sole sorge o tramonta, la luce è diversa. Un diverso che non si può descrivere.

È un po’ questo il senso del post-rock: distruggere per poi ricostruire, cambiare volto. Ma è anche la realtà in cui crescono George Hunter (voce, chitarra), Freddie Hunter (batteria) ed Ellis Hodgkiss (basso), gli Shaking Hand.

La band fa il suo esordio “attingendo al primo post-rock e all’alternative rock statunitense degli anni ’90, creando la propria versione del northwest-emo”. Una scelta un po’ inusuale per chi nasce nella città degli Stone Roses e degli Oasis. Ma distruggere per ricostruire significa anche andare oltre e lasciarsi prendere la mano – e l’anima – da Sonic Youth, Women, Slint e Pavement.

Ne esce un LP dilatato ma non dispersivo; imprevedibile come quando scoppia l’elettronica di Mantras o come quando musica e voce interagiscono con grande profitto in In For A… Pound! e Italics.

In definitiva, Shaking Hand è un prodotto assolutamente godibile nella sua struttura, anche se le sue potenzialità non sono ancora del tutto esplorate.

Se ti piace scoprire nuove band che reinventano le proprie radici, continua a seguire il blog: qui la musica cambia forma ogni giorno.

lunedì 9 febbraio 2026

Indie scozzese anni ’80 e ’90: arriva la compilation definitiva di Cherry Red Records

 

“Something For the Longing” non è solo una compilation: è una capsula del tempo che riporta a un’epoca in cui l’indie scozzese era un universo in espansione, fatto di fanzine fotocopiate, negozi di dischi minuscoli e band che sembravano sbucare da ogni angolo di Glasgow.

La raccolta di Cherry Red Records, in uscita il 24 aprile, mette insieme tre decenni di fermento creativo, da quando la leggendaria cassetta C86 del NME accese i riflettori su una scena che avrebbe influenzato mezzo mondo. Dentro ci trovi tutto:

  • il noise-pop abrasivo dei Jesus and Mary Chain,

  • il retro-cool dei primi Primal Scream,

  • la dolcezza sghemba dei Bis,

  • il pop da camera dei Belle and Sebastian,

  • il buio emotivo degli Arab Strap,

  • fino all’eclettismo imprevedibile dei Beta Band.

È una storia raccontata in ordine cronologico, ma soprattutto è un viaggio emotivo: quello di una nazione che negli anni ’80 e ’90 ha saputo reinventarsi, sperimentare, rischiare. Una scena che non aveva paura di essere fragile, rumorosa, introversa o stravagante.

Il tutto arricchito da un saggio introduttivo di Grant McPhee, foto d’archivio e alcune chicche inedite donate direttamente dagli artisti. Un oggetto perfetto per chi ha vissuto quegli anni, per chi li ha scoperti dopo, o per chi semplicemente ama quell’inconfondibile miscela di malinconia e brillantezza che solo la Scozia sa dare.

PRE-ORDER HERE

Segna il 24 aprile sul calendario e preparati a riscoprire un pezzo di storia. Qual è il tuo momento preferito dell’indie scozzese?

Highlights

Dai che non è finita

Per una volta non voglio entrare in tecnicismi (oltremodo lontani dalla mia conoscenza) e scrivere di un disco solo ed esclusivamente perché...