lunedì 23 febbraio 2026

Slowdive – Come Souvlaki ha cambiato lo shoegaze negli anni ’90

Quando gli Slowdive si apprestano a iniziare i lavori del loro secondo album, Souvlaki, sanno già di trovarsi davanti alla prova più importante della loro breve carriera. 

L’eco di Just for a Day non si è ancora assopita, ma il traino dello shoegaze non è più quello del 1991. Serve una svolta, una decisione drastica: continuare a suonare senza tradire le aspettative dei pochi devoti rimasti oppure spostare il tiro verso un pubblico più pop, cercando però di non stravolgere gli schemi. 

L’impresa inizia nel 1992 e il percorso si rivela subito complicato. Tra una demo e l’altra arriva la prima mazzata: Alan McGee, padre e padrone della Creation Records, bolla il materiale come “merda”. La consegna è chiara: Souvlaki deve essere un disco facile, radiofonico e lineare. A questo si aggiunge il rapporto ormai compromesso tra Rachel Goswell e Neil Halstead. Neil, incapace di gestire lo stress della separazione, abbandona spesso i lavori per rifugiarsi nel suo cottage in Galles.

Bisogna ripartire da zero, ma non è semplice. La band è a un passo dalla separazione, ma decide di tentare il tutto per tutto: telefonare a Brian Eno per proporgli la produzione. Il mostro sacro risponde con entusiasmo, più da fan che da produttore, e comunica di voler suonare con loro. Intanto, dal suo esilio gallese, Neil scrive Dagger e 40 Days, due brani mastodontici destinati a diventare capisaldi dell’album.

Souvlaki esce il 17 maggio 1993 e mostra fin da subito una struttura più accessibile rispetto al precedente. Le canzoni assumono forme più riconoscibili, pur restando difficili da afferrare del tutto. Allison è un perfetto esempio di anti-pop di rara bellezza e, forse inconsciamente, apre la stagione del britpop. Il susseguirsi dei brani è omogeneo, ma sembra che la band suoni su più livelli, costruendo il più audace dei deliri onirici.

La risposta del pubblico non tarda. L’album è odiato dai talebani dello shoegaze, che bollano la band come traditrice. Dall’altra parte è acclamato dai nuovi fan, più inclini alla sua vocazione pop. La verità, come sempre, sta nel mezzo: Souvlaki riscrive un genere già avviato verso il tramonto, senza tradire niente e nessuno. L’etichetta “pop” gli sta stretta: abbraccia ritmi più soft e melodie più commerciali solo per allargare gli orizzonti e dare un futuro alla propria identità sonora.

Se Souvlaki ha segnato anche un tuo passaggio, raccontamelo nei commenti. Le storie dietro ai dischi valgono quanto i dischi stessi.

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