C’è un luogo segreto dove tutti ci rifugiamo. Un bunker dove ci rintaniamo quando il mondo è troppo caotico, violento e ostile. È il luogo dove ognuno ritrova le sue verità, ci si aggrappa, quasi come fossero quell’ultima scialuppa di salvataggio che si allontana dal relitto che sta affondando.
È un luogo segreto, ma che ha un’identità precisa. Ed è proprio lì che nasce Dementia, nuovo lavoro dei Sick Tamburo. Il disco è incastrato in una dimensione intima ma allo stesso tempo collettiva, quasi come se Gian Maria Accusani e soci volessero farci sapere che in quel luogo “sicuro” c’è posto per tutti.
Il problema è che non è poi facile tornare indietro. Alcuni si perderanno tra quei corridoi, forse smarriranno il filo che lega l’amore, la speranza nel futuro e il mondo diventerà sempre più opaco, distante, addirittura sfuggente. E questi cosa lasciano intorno a loro? Persone disorientate, che soffrono, che si inquietano, che hanno paura. Dementia è proprio l’immagine di questa frattura.
Le guerre, le ingiustizie, la violenza non sono incidenti, ma cronici cancri che da sempre contraddistinguono la contorta esistenza dell’uomo. Le ferite sono aperte da millenni, continuano a non guarire e lasciano un prezzo da pagare altissimo, a carico dei più deboli, dei più marginali.
L’album fotografa questo scenario senza filtri, mettendo a fuoco quanto il confine tra il disagio personale e la follia collettiva sia sottile. Non è una novità per i Sick Tamburo raccontare gli ultimi. I loro protagonisti sono paranoici, spregiudicati, disillusi, romantici, tossici, pazzi e indisciplinati. Ma non pensiate che stiamo parlando di freak: queste persone rappresentano un linguaggio che ci fa comunicare e ci fa riconoscere più simili di quanto possiamo credere.
Entra anche tu in questo bunker emotivo e dimmi cosa ci hai trovato.
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