venerdì 2 gennaio 2026

Recensione: Turnstile – Never Enough (2025)

La rock band di Baltimora cresce fino a comprendere ritmi elettronici e meditazioni al flauto. “Never Enough” strizza l’occhio alle aspettative esagerate, ma risponde a una vocazione più alta: trasformare l’hardcore in un linguaggio emotivo, aperto e profondamente umano.

A differenza della maggior parte delle band hardcore, i Turnstile preferiscono alle invettive politiche delle vere e proprie vignette sul superamento dello sconforto, trasformando ritornelli non conflittuali come “I Need T.L.C.” in hook memorabili. Eppure, con la storia dell’hardcore condividono un’etica DIY: la convinzione che l’autodeterminazione collettiva sia alla base di ogni cambiamento.

La loro evoluzione negli ultimi quindici anni è stata come vederli abbracciare sé stessi sempre più forte. “Nonstop Feeling” ha rappresentato un’alternativa fresca nella scena giovanile; “Time & Space” ha trovato catarsi nella crescita introspettiva; “Glow On” (2021) ha mostrato quanto sia liberatorio entrare nell’età adulta con sicurezza e comprensione, tra riff da stadio, ritmi go‑go e sintetizzatori fluttuanti.

Quattro anni dopo, Brendan Yates si rende conto che mantenere quella mentalità è difficile almeno quanto raggiungerla. Il disco si apre con un’ammissione disarmante: “Scappi da te stesso / Non riesci a sentire quello che ti viene detto”. Il cantante è oppresso, sta curando un cuore spezzato, e sceglie di concentrarsi sulle emozioni più che sulla narrazione.

Il tempo diventa un avversario: “24 ore non sono più quelle di una volta”, “il tempo scorre in maniera devastante”, “i giorni diventano anni che resistono”. C’è ansia, ma anche la consapevolezza di avere ancora decenni davanti. È così che funziona: più il tempo accelera, più cresce la determinazione a viverlo in modo autentico.


In questo disco i Turnstile sperimentano come mai prima. Riprendono la lucentezza pop di Glow On e la intrecciano con una nostalgia anni ’80 che richiama il momento in cui molte punk band si sono ammorbidite verso il rock radiofonico.

  • Light Design fonde i ritmi classici della band con pedali e sintetizzatori freddi alla Police.
  • I Care spinge ancora oltre: Daniel Fang alleggerisce i rulli di tamburo con un riverbero alla Stewart Copeland, mentre Yates sfiora un registro quasi “Sting americanizzato”.
  • Seein’ Stars sembra uscita da Zenyatta Mondatta: basso vivace, chitarra echeggiante, un’eleganza inattesa.

La cosa sorprendente è con quanto agio i Turnstile indossano questo nuovo abito.

L’invito dei Crass a rivendicare “bellezza” e “verità” prende forma nell’integrazione consapevole della musica elettronica alle radici punk della band.

  • Look Out for Me abbandona il rock radiofonico per un synth minimalista, quasi un organo da chiesa, e poi si apre in un brano da club britannico in stile Jamie xx.
  • Dull balbetta, si deforma, sbatte i pugni sulla tastiera e implode nel clipping.
  • Time Is Happening è un successo pop‑punk che alterna euforia zuccherosa e pause ambientali.

I due brani hardcore, Sunshower e Birds, adottano approcci opposti:

  • Sunshower parte da un ritmo incandescente e termina in una meditazione new age guidata dal flauto di Shabaka.
  • Birds costruisce tensione con trucchi percussivi prima dell’urlo liberatorio di Yates: “Ho trovato una canzone che suona solo per me / E ora sono libero”.

Essere sé stessi non è sempre facile, nemmeno in un genere che predica l’anticonformismo. I Turnstile lo fanno sembrare naturale. Yates ha abbandonato da tempo i vecchi preconcetti sulla mascolinità: beve Shirley Temple al pub, balla con i fianchi, ringrazia sua sorella per averlo avvicinato alla musica.

Per lui l’hardcore non è definito dal suono, ma dalla comunità che crea. Non sorprende che la band abbia organizzato un concerto di beneficenza prima dell’uscita del disco, né che i brani generino stage diving anche nei momenti più morbidi.

Never Enough non è un mantra per l’autoumiliazione né una risposta alle critiche: è il permesso di essere imperfetti mentre si cresce. Un disco che invita a sentirsi a proprio agio nel corpo e nella mente, soprattutto quando si è insieme agli altri.


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