venerdì 23 gennaio 2026

Station to Station: la discesa agli inferi del Duca Bianco

Il 23 gennaio 1976, usciva Station to Station, decimo album di David Bowie, primo e ultimo nei panni di The Thin White Duke.

Ho sempre pensato che il periodo del Duca Bianco sia stato il vertice creativo della storia musicale di David Bowie. Solo un artista come lui avrebbe potuto inventare un personaggio così odioso, algido e stucchevole da permettergli di prendere le distanze dai miti che lui stesso aveva generato. Dopo i (ne)fasti losangelini di Young Americans, Bowie è allo stremo: dipendenze, fobie e un rapporto sempre più conflittuale con il pubblico lo hanno consumato. È il momento di tornare alla realtà, o almeno a una sua versione possibile. È il momento della decadenza.

Bruciati i panni di Ziggy Stardust e di Aladdin Sane, riposto il sax, Bowie sente che serve una svolta. Epica, definitiva. Nei suoi album precedenti aveva scandagliato la società, la cultura, i desideri e le ossessioni del presente. Con Station to Station invece compie un gesto radicale: guarda dentro sé stesso. Ne emerge il ritratto di un uomo in lento disfacimento. Un disco pre‑punk non solo per collocazione temporale (registrato nel 1975), ma per attitudine: un’opera che riflette le sue inquietudini nel vuoto cosmico che il rock aveva gonfiato fino all’eccesso. È un’accusa all’aristocrazia culturale di cui faceva parte e, allo stesso tempo, una presa di distanza dagli sconvolgimenti sociali in atto.

Station to Station è un disco essenziale, duro, tagliente. Cattura il lato più spigoloso di un uomo che non sempre riconosce ciò che gli accade intorno. È un cammino sul filo teso tra depressione ed euforia: l’intorpidimento emotivo che si alterna a improvvise scariche di vitalità. Gli effetti della droga, certo, ma anche il colpo di genio di chi sa di aver toccato il fondo e decide di guardarlo in faccia.

Paranoia, occultismo e spavalderia intellettuale non riescono a mascherare del tutto la disperazione. Così come non lo fanno le maschere che Bowie aveva costruito negli anni. La realtà non si osserva dall’esterno, come faceva Ziggy; l’umanità non si salva salvando il rock. L’uomo è fragile, e spesso cade nella tentazione: droga, complottismo, identità distorte, derive ideologiche. Il Duca Bianco incarna tutto questo. Odia i diversi, disprezza chi lo ama, è assente, androgino in un modo nuovo, più inquietante. The Thin White Duke è un cyborg emotivamente disattivato, un aristocratico spettrale che non prova — e non vuole provare — nulla.

Eppure, proprio attraverso questa figura Bowie trova la via della rinascita. Come spesso accade nella sua carriera, l’obiettivo lo raggiunge quando il personaggio è già morto e lui è già rinato altrove: all’ombra del Muro, in una città che lo accoglie per ciò che è davvero, un uomo alla ricerca di un motivo per tornare a vivere.

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