Il 23 gennaio 1976, usciva Station to Station, decimo album di David Bowie, primo e ultimo nei panni di The Thin White Duke.
Ho sempre pensato che il periodo del Duca Bianco sia stato il vertice creativo della storia musicale di David Bowie. Solo un artista come lui avrebbe potuto inventare un personaggio così odioso, algido e stucchevole da permettergli di prendere le distanze dai miti che lui stesso aveva generato. Dopo i (ne)fasti losangelini di Young Americans, Bowie è allo stremo: dipendenze, fobie e un rapporto sempre più conflittuale con il pubblico lo hanno consumato. È il momento di tornare alla realtà, o almeno a una sua versione possibile. È il momento della decadenza.
Bruciati i panni di Ziggy
Stardust e di Aladdin Sane, riposto il sax, Bowie sente che serve una svolta.
Epica, definitiva. Nei suoi album precedenti aveva scandagliato la società, la
cultura, i desideri e le ossessioni del presente. Con Station to Station
invece compie un gesto radicale: guarda dentro sé stesso. Ne emerge il ritratto
di un uomo in lento disfacimento. Un disco pre‑punk non solo per collocazione
temporale (registrato nel 1975), ma per attitudine: un’opera che riflette le
sue inquietudini nel vuoto cosmico che il rock aveva gonfiato fino all’eccesso.
È un’accusa all’aristocrazia culturale di cui faceva parte e, allo stesso
tempo, una presa di distanza dagli sconvolgimenti sociali in atto.
Station to Station è un disco essenziale, duro, tagliente. Cattura il
lato più spigoloso di un uomo che non sempre riconosce ciò che gli accade
intorno. È un cammino sul filo teso tra depressione ed euforia:
l’intorpidimento emotivo che si alterna a improvvise scariche di vitalità. Gli
effetti della droga, certo, ma anche il colpo di genio di chi sa di aver
toccato il fondo e decide di guardarlo in faccia.
Paranoia, occultismo e
spavalderia intellettuale non riescono a mascherare del tutto la disperazione.
Così come non lo fanno le maschere che Bowie aveva costruito negli anni. La
realtà non si osserva dall’esterno, come faceva Ziggy; l’umanità non si salva
salvando il rock. L’uomo è fragile, e spesso cade nella tentazione: droga,
complottismo, identità distorte, derive ideologiche. Il Duca Bianco incarna
tutto questo. Odia i diversi, disprezza chi lo ama, è assente, androgino in un
modo nuovo, più inquietante. The Thin White Duke è un cyborg
emotivamente disattivato, un aristocratico spettrale che non prova — e non
vuole provare — nulla.
Eppure, proprio attraverso
questa figura Bowie trova la via della rinascita. Come spesso accade nella sua
carriera, l’obiettivo lo raggiunge quando il personaggio è già morto e lui è
già rinato altrove: all’ombra del Muro, in una città che lo accoglie per ciò
che è davvero, un uomo alla ricerca di un motivo per tornare a vivere.
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